Vigili del Fuoco, riordino del Corpo: carriere, stipendi e pensioni: l’intervista

Il direttore de La Voce di Manduria, Nazareno Dinoi, intervista Valentino Prezzemolo, segretario generale della UIL FP Vigili del Fuoco. Al centro del confronto le criticità del riordino del Corpo Nazionale, il riconoscimento delle professionalità, le progressioni di carriera e le tutele economiche e previdenziali. Un’intervista per comprendere quali cambiamenti siano necessari affinché la specificità dei Vigili del Fuoco, riconosciuta dalla legge, si traduca finalmente in diritti e riconoscimenti concreti.

 

Segretario Prezzemolo, la UIL FP VVF richiama spesso l’articolo 19 della legge 183 del 2010. Perché ritiene che sia così importante? E soprattutto, che cosa dovrebbe cambiare concretamente?

«L’articolo 19 della legge 4 novembre 2010, n. 183, riconosce la specificità del Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco ai fini della definizione degli ordinamenti, delle carriere, dei contenuti del rapporto di impiego e della tutela economica, pensionistica e previdenziale. La norma collega tale specificità alla peculiarità dei compiti, agli obblighi e alle limitazioni personali, ai requisiti di efficienza operativa e agli impieghi in attività usuranti. Questo è il punto politico e giuridico da cui dobbiamo partire. La specificità non può essere invocata quando si chiede al personale di essere sempre disponibile, di intervenire in condizioni di pericolo o di assumere responsabilità elevate, per poi diventare marginale quando si devono definire gli stipendi, le carriere o le tutele previdenziali. Per noi la specificità deve tradursi in quattro risultati verificabili. Primo: percorsi di carriera coerenti con le funzioni effettivamente esercitate. Secondo: riconoscimenti economici adeguati alle responsabilità, alla professionalità e ai vincoli del servizio. Terzo: una tutela previdenziale che tenga conto delle caratteristiche concrete del servizio e delle relative esposizioni. Quarto: requisiti psicofisici, formazione e organizzazione del servizio compatibili con l’evoluzione dell’età del personale e con le esigenze del soccorso. A questo punto rivolgo una domanda alla politica: se il nostro lavoro è davvero specifico, dove si vede questa specificità nelle regole che disciplinano la carriera, il trattamento economico e la previdenza? In sintesi, dove si vede questa specificità nel riordino?».

Ogni intervento di modifica dell’ordinamento comporta inevitabilmente cambiamenti. Perché, secondo voi, queste modifiche rischiano di trasformarsi in un problema di equità?

«Il principio che difendiamo è quello della ragionevolezza del cambiamento o, meglio ancora, delle transizioni. Non chiediamo di congelare l’ordinamento esistente, ma di evitare che il passaggio al nuovo sistema svaluti percorsi professionali già compiuti o renda eccessivamente lontano un avanzamento per il quale il personale si è preparato o ha maturato un considerevole bagaglio professionale. Una riforma seria deve valorizzare in maniera differente chi entra oggi nel Corpo e chi, dopo anni di servizio, ha già acquisito competenze e assunto responsabilità. Cambiare le regole del futuro non deve significare cancellare il valore professionale del passato. Disciplinare le transizioni significa adottare criteri trasparenti, salvaguardie ragionevoli e un riconoscimento effettivo dell’esperienza maturata. Il rischio, altrimenti, è quello di creare effetti dirompenti sulla motivazione, sulla fiducia e sulla disponibilità a continuare ad assumere responsabilità».

Un’altra vostra battaglia riguarda i Vice Ispettori, gli attuali Capi Reparto. Voi sostenete che vi sia il rischio di una penalizzazione economica. Qual è il nodo?

«Il nodo è il rapporto tra la funzione svolta e il trattamento riconosciuto. Il cambiamento ordinamentale non produrrà un’adeguata valorizzazione delle professionalità già maturate e sta comportando svantaggi economici e previdenziali. Parliamo di professionisti con esperienza, capacità operative e conoscenza dell’organizzazione del soccorso, con competenze fondamentali nella gestione delle squadre, nel coordinamento degli interventi e nella trasmissione delle conoscenze al personale più giovane. Non ci si può limitare a modificare la denominazione della qualifica o a ricondurla a un modello organizzativo pensato per un’altra amministrazione. L’armonizzazione con altri Corpi può essere un riferimento utile, ma non deve diventare un automatismo. Le funzioni, le modalità d’impiego, le responsabilità e i vincoli del servizio dei Vigili del Fuoco devono essere valutati nella loro concreta specificità e unicità. Per noi la valorizzazione di queste professionalità passa anche attraverso un rafforzamento delle attività di prevenzione incendi, dei nuclei di polizia giudiziaria e investigazione antincendio e delle attività di vigilanza sulla salute e sicurezza nei luoghi di lavoro. Queste sono attività nelle quali l’esperienza può diventare un patrimonio per lo Stato. Ma attenzione: ampliare le funzioni senza garantire riconoscimenti economici non è valorizzare. È semplicemente trasferire ulteriori oneri sul personale».

Dal punto di vista previdenziale sembrerebbe che la situazione sia ancora più delicata o sbaglio?

«La questione previdenziale merita una valutazione seria e attenta. Se l’assetto economico e previdenziale induce personale con lunga esperienza a prolungare il servizio oltre i sessant’anni per raggiungere un trattamento pensionistico ritenuto adeguato, bisogna studiarne gli effetti sulla permanenza in servizio, sul ricambio generazionale e sulla sicurezza operativa, non si può lasciare tutto all’improvvisazione. Siamo davvero convinti che personale con un’età superiore ai 60 anni sia ancora in grado di affrontare un incendio con la necessaria efficienza psicofisica? In assenza di una previdenza dedicata, rischiamo di diventare i pensionati poveri di domani, catapultati in un sistema pensato per la generalità dei lavoratori ma inadeguato per i Vigili del Fuoco. Se il limite ordinamentale di un Vigile del Fuoco è di 60 anni, è impensabile applicargli un coefficiente di trasformazione che riduce drasticamente la pensione. Ci si trova di fronte a una scelta obbligata: cercare di rimanere in servizio di più compromettendo la propria sicurezza, quella dei compagni di squadra e dello stesso cittadino, oppure non garantirsi una pensione che consenta una sopravvivenza dignitosa.»

In sintesi, il personale operativo invecchia, mentre il soccorso richiede efficienza fisica e prontezza. Come si conciliano queste esigenze con il diritto a una pensione dignitosa?

«È una delle questioni più importanti, perché mette insieme la dignità del lavoratore e la sicurezza del cittadino. Il Vigile del Fuoco può essere chiamato a operare in condizioni ambientali estreme, con temperature elevate, fumo, sostanze pericolose, carichi fisici rilevanti e turni che impongono disponibilità anche durante le ore notturne e nei giorni festivi. Non possiamo affrontare il problema fingendo che l’età non abbia alcuna rilevanza per determinate attività operative. L’esperienza è un patrimonio. Ma deve essere utilizzata in modo compatibile con la sicurezza e con i requisiti richiesti dalle mansioni. L’articolo 19 della legge 183 del 2010 offre il riferimento fondamentale per riconoscere la specificità del Corpo anche sul versante previdenziale, ma non attribuisce da solo un diritto generalizzato a specifici benefici pensionistici. Questi richiedono una disciplina coerente e risorse adeguate. La UIL chiede che questo tema non venga rinviato indefinitamente. Non è accettabile che un lavoratore debba scegliere tra una pensione economicamente insufficiente e il prolungamento del servizio senza che siano valutati gli effetti sulla sua salute, sulla sicurezza e sul ricambio generazionale. La sicurezza dei cittadini comincia anche dalla tutela di chi è chiamato a soccorrerli».

Quando si parla di Vigili del Fuoco, l’opinione pubblica pensa soprattutto alle squadre che entrano negli edifici in fiamme o intervengono nei terremoti. Ma il Corpo comprende anche personale tecnico e professionale. Il riordino tiene adeguatamente conto di queste figure?

«Il Corpo Nazionale è un sistema complesso nel quale operano professionalità operative, tecniche, informatiche, logistiche, sanitarie e amministrative, tutte necessarie al funzionamento del servizio. Una riforma efficace deve valorizzare ciascuna di queste componenti, rispettandone le peculiarità, non dobbiamo contrapporre il personale operativo a quello tecnico-professionale. Il soccorso pubblico ha bisogno di entrambi, ma occorre tenere presente che non sempre l’uguaglianza corrisponde all’equità. Paragonarsi al personale operativo è un errore politico rilevante, rivendicare una specificità rispetto ad altre categorie lavorative è una cosa sostanzialmente differente».

La UIL FP VVF ha richiamato più volte il tema degli scavalchi nelle carriere operative e tecnico-professionali. Tradotto in termini semplici, di che cosa stiamo parlando?

«Partiamo dal presupposto che il mio timore, già nel precedente riordino, ma soprattutto quando si è cominciato a parlare di correttivo al riordino, è stato il rischio di ritrovarci nello stesso vortice che ha risucchiato la Polizia. È dal lontano 1997 che si susseguono tentativi di sanare le sperequazioni create dal riordino precedente con il risultato di crearne di nuove senza risolvere quelle pregresse. Questo è, sostanzialmente, ciò che sta accadendo ai Vigili del Fuoco in questo particolare momento storico. Parliamo di situazioni nelle quali l’applicazione delle nuove regole di inquadramento, delle decorrenze o dei criteri di avanzamento può determinare che personale con un percorso professionale più lungo o con una diversa anzianità si ritrovi in una posizione meno favorevole rispetto ad altri colleghi. Noi chiediamo di verificare gli effetti delle norme transitorie prima che diventino fonte di conflitto. Occorre effettuare simulazioni sulle carriere, individuare le situazioni più critiche e correggere le disposizioni che producono disparità non giustificate. È un approccio che tutela sia il personale sia l’amministrazione. Perché un contenzioso costa tempo, risorse e fiducia. E soprattutto lascia le persone nell’incertezza per anni. Non possiamo approvare oggi regole che domani richiedano una sequenza di interventi correttivi per rimediare a effetti che potevano essere individuati prima. Si deve evitare che un impianto normativo mal calibrato produca conflittualità».

Arriviamo al denaro. Questo riordino ha comportato un considerevole intervento in termini di risorse economiche, eppure sembra che non si sia raggiunto lo scopo di una reale valorizzazione del personale o sbaglio?

«Lo stanziamento delle risorse economiche è stato accolto con favore, il problema sostanziale è che se chiediamo a un Vigile del Fuoco di sostenere responsabilità, di acquisirne di nuove, di svolgere funzioni più complesse, dobbiamo verificare quali risorse siano necessarie per garantire un riconoscimento coerente, perché l’investimento rischia di trasformarsi in uno spreco. Le conseguenze economiche di una riforma debbano essere valutate in modo trasparente, per questo è necessaria una ricognizione economico-ordinamentale che metta in relazione le funzioni effettivamente svolte; le responsabilità attribuite; le qualifiche e le progressioni previste; le indennità e le componenti del trattamento economico; le ricadute previdenziali; le risorse disponibili e quelle necessarie. La nostra posizione è netta sul metodo: riteniamo che non si possa parlare di valorizzazione se, per rafforzare un settore, si finisce per indebolirne un altro. Il Parlamento deve conoscere il costo reale delle scelte come quella di incrementare in maniera sproporzionata i posti dirigenziali, trascurando invece gli effetti sulle dotazioni organiche del personale operativo sul servizio. Il riordino deve essere sostenibile anche nella realtà quotidiana dei Comandi».

Qualcuno potrebbe obiettare che stiamo parlando di interessi professionali e sindacali. Perché il cittadino dovrebbe interessarsi alle progressioni di carriera, agli stipendi e alle pensioni dei Vigili del Fuoco?

«Perché l’organizzazione del personale, la sua motivazione e le sue tutele non sono separabili dalla qualità del servizio pubblico. Il cittadino vede arrivare un’autopompa, un’autoscala o una squadra di soccorso. Non sempre conosce ciò che consente a quella squadra di funzionare, né il lavoro di chi forma il personale, organizza le risorse, pianifica gli interventi, svolge attività di prevenzione e gestisce le responsabilità. Ma quella struttura incide direttamente sulla capacità del Corpo di rispondere alle emergenze, al soccorso, alle esigenze di sicurezza del cittadino. Se non valorizziamo le professionalità, rischiamo di perdere competenze. Se blocchiamo le progressioni, rischiamo di indebolire la motivazione e il ricambio generazionale. Se non programmiamo gli organici, rischiamo di aumentare i carichi di lavoro. Se attribuiamo responsabilità senza strumenti adeguati, rischiamo di compromettere l’efficacia dei processi. La sicurezza pubblica non si tutela soltanto acquistando mezzi e attrezzature che scarseggiano comunque. Si tutela investendo nelle persone che quei mezzi utilizzano e che ogni giorno mettono le proprie competenze al servizio della collettività. Quando difendiamo una progressione di carriera, non stiamo chiedendo un privilegio. Stiamo chiedendo un’organizzazione capace di trattenere, sviluppare e utilizzare meglio le proprie professionalità. Non è un caso che la partecipazione ai concorsi per l’accesso al Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco si riduca ogni anno di più. La nostra battaglia, quindi, riguarda certamente i lavoratori, ma riguarda anche la qualità del servizio di soccorso tecnico urgente che lo Stato deve garantire ai cittadini».

Le rivolgo un’obiezione politica o, se vogliamo, una provocazione. Ogni volta che si riforma un ordinamento, qualcuno denuncia penalizzazioni. Come si distingue una critica costruttiva dalla difesa di posizioni consolidate?

«La distinzione si fa sui contenuti. La UIL FP Vigili del Fuoco non difende ogni regola esistente soltanto perché esiste. Se una norma è superata, se un percorso di carriera è inefficiente o se un’organizzazione non risponde più alle esigenze del servizio, siamo pronti a discuterne il cambiamento. Ma chiediamo che le riforme siano valutate con criteri oggettivi e che le loro conseguenze vengano esaminate prima di renderle definitive, con proiezioni realistiche e dati certi, non a tentativi. Chiedere un riconoscimento economico adeguato alle responsabilità, al rischio e alla gravosità del servizio significa pretendere che una modifica ordinamentale non si traduca in un aumento degli oneri senza un corrispondente riconoscimento. Contestare una disparità non significa opporsi all’innovazione. Significa chiedere che la nuova disciplina sia coerente con i principi che la stessa amministrazione dichiara di voler perseguire. La vera conservazione, a mio avviso, sarebbe lasciare irrisolti i problemi che tutti conoscono. Noi vogliamo un Corpo più efficiente, più preparato e meglio organizzato. Ma una riforma non diventa buona soltanto perché è nuova, così come una regola non diventa giusta soltanto perché è formalmente uguale per tutti. Il criterio deve essere quello dei risultati, ovvero: la qualità del servizio, la sostenibilità delle carriere, la valorizzazione delle competenze, l’equilibrio dei trattamenti e la sicurezza del personale. Non chiediamo di fermare il cambiamento. Chiediamo di governarlo, anziché subirne le conseguenze».

Passiamo dalle critiche alle proposte. Se avesse davanti il Governo, quali interventi chiederebbe di introdurre o correggere nello schema di decreto?

«Semplicemente una richiesta e una domanda. Chiederei innanzitutto una verifica di coerenza tra l’articolo 19 della legge 183/2010 e gli effetti del riordino su ordinamento, carriere, trattamento economico e tutela previdenziale, considerando la specificità dei compiti e delle condizioni operative. La domanda, invece, sarebbe: «Quali problemi dell’attuale ordinamento saranno effettivamente risolti dall’entrata in vigore del decreto e quali, invece, rischiano di essere trasferiti in quello nuovo?».

Lo schema è già all’esame delle Commissioni parlamentari. I tempi sono stretti. Perché il Parlamento dovrebbe intervenire proprio adesso e non rinviare le correzioni a un momento successivo?

«Perché intervenire prima dell’approvazione definitiva è il modo più razionale per evitare di dover correggere successivamente le conseguenze di una disciplina non sufficientemente ponderata. La UIL FP VVF ha il dovere di rappresentare le criticità che ha individuato. Il Governo ha il dovere di valutarle. Il Parlamento ha la responsabilità di verificare che il testo sia coerente con i principi della delega, con le esigenze del servizio pubblico e con l’articolo 19 della legge 183/2010. Non si tratta di rallentare per principio. Si tratta di evitare che la fretta nel definire le regole produca incertezze, disparità e nuovi problemi organizzativi. Non possiamo accettare che la complessità delle questioni venga utilizzata come ragione per non affrontarle»

Vorrei concludere con una domanda rivolta direttamente ai Vigili del Fuoco. C’è chi teme di vedere sacrificati anni di esperienza, chi non intravede prospettive di carriera e chi ritiene che la propria professionalità non sia adeguatamente riconosciuta. Che cosa vuole dire loro?

«Voglio dire che le loro preoccupazioni meritano ascolto, ma che la risposta non può essere la rassegnazione. La rassegnazione porta a pensare che le regole siano inevitabili, che le decisioni siano già prese e che ogni tentativo di correggere una situazione sia inutile. Noi non la pensiamo così. La UIL FP Vigili del Fuoco continuerà a portare le criticità nelle sedi istituzionali, a chiedere risposte documentate e a proporre modifiche concrete. Lo faremo con determinazione, ma anche con la serietà che ci contraddistingue. Non alimenteremo contrapposizioni tra colleghi. Non trasformeremo le differenze di ruolo in conflitti personali. Non diremo che ogni problema dipende da una sola scelta o da una sola persona. A tutti diciamo che la difesa dei diritti deve accompagnarsi al senso di appartenenza al Corpo, alla consapevolezza del ruolo pubblico che svolgiamo e alla partecipazione per essere protagonisti del proprio futuro e non semplici spettatori. Il nostro obiettivo non è alimentare la sfiducia. È trasformare le criticità in proposte, le proposte in modifiche e le modifiche in risultati».

Le chiedo una risposta conclusiva. Qual è, in una frase, la vera sfida politica?

«La sfida è dimostrare che lo Stato sa riconoscere il valore delle persone alle quali affida la sicurezza dei cittadini. Il Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco ha bisogno di un ordinamento che funzioni, che valorizzi le professionalità, che garantisca carriere e che riconosca la specificità del servizio anche sul piano economico e previdenziale. Noi non chiediamo di essere considerati superiori ad altri lavoratori pubblici. Chiediamo che le nostre peculiarità siano valutate per quello che sono. Non chiediamo privilegi. Chiediamo coerenza tra responsabilità, competenze e riconoscimenti. L’articolo 19 della legge 183 del 2010 riconosce un principio fondamentale, ovvero la specificità dei Vigili del Fuoco deve essere considerata nella definizione dell’ordinamento, delle carriere e delle tutele, anche quelle previdenziali. Ora occorre verificare che questo principio trovi una traduzione concreta».

Leggi l’intervista anche qui:
https://www.lavocedimanduria.it/news/253142404614/vigili-del-fuoco-riordino-del-corpo-carriere-stipendi-e-pensioni-l-intervista?et&fbclid=IwY2xjawVIHsdleHRuA2FlbQIxMABwZG9mBWJyaWQRMVBZb1NGa0V1M2Q5ekxKdFZzcnRjBmFwcF9pZBAyMjIwMzkxNzg4MjAwODkyAAEevxlACGqG3NmLQjjg-JkSr-yrkOeOMLUn2hJmJpj78tw59VR16gKf-Icm228_aem_YCmb_CUWivXr5RwutDIPvg