Lettera UIL FP VVF ai vertici del Ministero:
Ci sono parole che feriscono più del silenzio e poi ci sono parole che non possono essere pronunciate da chi ha la responsabilità di dirigere un’Amministrazione dello Stato. Leggiamo con profondo sconcerto, insopprimibile indignazione e, consentitemelo, con ribrezzo queste dichiarazioni:
“Chi fa questo mestiere mette in conto di poterci morire.”
No! Non si può tentare di normalizzare l’inaccettabile! Nessun Vigile del Fuoco firma un contratto in cui accetta di morire. Si indossa una divisa per salvare vite umane, non per sacrificare la propria sull’altare delle inefficienze dello Stato.
No! Un Vigile del Fuoco non mette in conto di morire. Mette in conto di rischiare la propria vita per salvare quella degli altri, confidando che lo Stato faccia tutto ciò che è tecnicamente e scientificamente possibile per riportarlo a casa vivo.
Un Dirigente dei Vigili del Fuoco, soprattutto che è stato Comandante delle Scuole occupandosi di formazione, dovrebbe promuovere la cultura della prevenzione e non quella della rassegnazione; dovrebbe considerare la sicurezza un obbligo inderogabile e non azzardarsi a normalizzare l’idea che la morte sia un inevitabile effetto collaterale del servizio.
Ed è proprio qui che le dichiarazioni diventano ancora più gravi.
Perché ci domandiamo davvero ventiquattro ore continuative impegnati nello spegnimento degli incendi, con temperature ambientali che in Sicilia e in molte regioni italiane hanno superato livelli estremi, non significa mandare il personale allo sbaraglio?
Con quale audacia si può definire il raddoppio dei turni in condizioni climatiche estreme un “buon compromesso”? Un compromesso tra cosa?
Tra la tutela della salute dei lavoratori e la cronica carenza di organico? Tra la sicurezza del personale e l’impossibilità di garantire un adeguato ricambio di personale?
Vorremmo comprendere, concretamente, quali sarebbero questi dispositivi di protezione individuale che proteggono un Vigile del Fuoco da ore di lavoro continuativo tra le fiamme e temperature proibitive? Quali DPI? Esistono forse caschi che raffreddano il cervello? Giacche che annullano lo stress termico? Autorespiratori che eliminano la disidratazione? O stiamo parlando di strumenti che, pur indispensabili per proteggere dalle fiamme, aumentano inevitabilmente il carico termico cui il lavoratore è sottoposto?
E ancora. Quali misure organizzative sono state realmente adottate? Il razionamento delle bottigliette d’acqua? L’assenza di aree di recupero termico sugli scenari operativi? La perenne carenza di organico che impedisce le rotazioni e una adeguata ripartizione dei carichi di lavoro?
Dove sono i protocolli adottati contro lo stress da calore? Dove sono le pause obbligatorie? Dove sono le procedure di monitoraggio sanitario durante le emergenze prolungate?
Perché dalla comodità di un ufficio climatizzato è facile sostenere che “si fa di tutto”.
Molto più difficile è pronunciare quella stessa frase dopo ventiquattro ore trascorse tra il fuoco, il fumo e le temperature che mettono a dura prova anche il fisico più allenato.
Non tollereremo mai più che la morte di un soccorritore venga derubricata a “rischio del mestiere” per coprire le falle di un sistema che sfrutta l’abnegazione dei propri uomini fino allo stremo. Cominciate ad assumervi le vostre responsabilità giuridiche e morali.
Ogni volta che un dirigente afferma che chi fa questo mestiere “mette in conto di poter morire”, rischia di spostare il baricentro della responsabilità dal sistema al lavoratore. Un messaggio che respingiamo con forza!
I Vigili del Fuoco non sono kamikaze. Sono professionisti che hanno diritto a tornare a casa vivi. Sempre.
E quando questo non accade, il primo dovere delle istituzioni non è ricordare che “fa parte del mestiere”. Perché la morte di un Vigile del Fuoco non è un prezzo inevitabile da pagare. È una sconfitta dello Stato. Una sconfitta a cui noi della UIL FP VVF non ci rassegneremo mai! Per questo chiediamo che vengano ritrattate queste dichiarazioni.
2026.07.24 La morte di un Vigile del Fuoco non è un rischio da mettere in conto